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Best Practice

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Document Typology: Article
Target groups: Caregivers,Patients
country Where It Took Place: Italy
Name of compiler: Tania
name of institution: Cipes Piemonte
role: project coordinator
language Of The Description: Italian
title: Essere presenti: il ruolo della medicina narrativa nel ridurre i confini del dolore
description Of The Best Practice:
L'Istituto di Sanità ha concluso che le disparità di salute e di cura (cioè, la differenza nella salute, carico di malattia, o decisioni cliniche o risultati associati di svantaggio) esistevano ed erano inaccettabili. Hanno inoltre concluso che il sistema sanitario, fornitore di cure mediche, e fattori legati al paziente, così come pregiudizi, stereotipi e pregiudizi hanno contribuito a disparità di assistenza sanitaria all'interno di un contesto storico e contemporaneo che comprende la discriminazione etnica e razziale.
Results:
Sono inquietanti le differenze e le disparità rilevate nell'esperienza della cura del dolore basata su determinanti sociali quali la razza, etnia e classe sociale. Le minoranze razziali ed etniche hanno una minor un'assistenza nel trattamento del dolore. Nell'articolo viene evidenziata l'influenza che i determinanti di salute hanno nell'esperienza di cura, questo deve costituire una priorità per i sistemi sanitari e in particolar modo per il settore delle cure primarie.
Quality indicators:
Use of citizens narrative descriptions in order to improve the healthcare services
Comment:
Attraverso le narrazioni è possibile evidenziare la disparità nel trattamento sanitario e nel trattamento del dolore
Evaluation:
Il pregiudizio contribuisce a creare disparità di assistenza sanitaria all'interno di un contesto storico e contemporaneo che comprende persistenti discriminazione razziali ed etniche.
Il movimento di medicina narrativa, fondato da Rita Charon, Facoltà di Medicina della Columbia University, è ben descritto in un recente articolo di Dinitia Smith sul "New York Times" ed appare come una tendenza, esplosiva nel contesto degli Usa, destinata a diffondersi nell’approccio della biomedicina alla salute. Il suo sviluppo negli USA nasce dalla constatazione che, a fronte di tecnologie di diagnosi e analisi sempre più sofisticate, è passata in secondo piano la capacità da parte dei medici di ascoltare i pazienti leggendo nelle loro parole quegli elementi indispensabili, per il trattamento e la cura della malattia. Nelle università statunitensi e canadesi si sono sviluppati corsi specifici di narrative medicine, sia in connessione allo sviluppo dell’antropologia medica di Byron Good e di Hurwitz, sia attraverso l’originale coniugazione della medicina con gli studi umanistici e letterari. Appaiono così, accanto ai testi di anatomia, lettera come La morte di Ivan Ilic di Tolstoj o La montagna incantata di Thomas Mann, o saggi come Malattia come metafora di Susan Sontag.

Il nucleo centrale della medicina narrativa è il processo di ascolto del paziente mediante una tecnica di conversazione molto raffinata che conduce il medico a capire, mediante l’ascolto delle proprie emozioni e di quelle del paziente, il significato della sua pratica clinica.
Articoli di narrative vengono pubblicati su The Journal of the American Medical Association, Annals of Internal Medicine o il British Journal of Medicine, che espandono le problematiche narrative in molteplici direzioni. "Quante volte un paziente cerca di riferire al medico cosa è accaduto durante la malattia", ha dichiarato il dott. Charon, "e il medico lo interrompe chiedendogli 'Che tipo di dolore ha provato, era acuto o lieve?', impedendo al paziente di raccontare la sua storia, perdendo così ogni accuratezza diagnostica, perdendo il contesto? Sono molti i pazienti che lamentano l'incapacità da parte dei medici di capire cosa hanno passato. Cerchiamo di colmare queste lacune. Noi medici non siamo cattivi, o freddi. È solo che non abbiamo mai ricevuto l'addestramento necessario".
Per favorire questo addestramento presso la facoltà di Medicina di Rhode Island viene proiettato e discusso il film di Wit (spirito), premio Pulitzer, tratto dal dramma di Margaret Edson, ed interpretato da Emma Thompson. Un film crudele e atroce che racconta la vicenda umana di una paziente che, nella solitudine del suo letto, cerca di lottare contro il cancro e contro la scelta di fuggire dal mondo in una gelida corsia dell'ospedale, con un'infermiera che si prende cura di lei, un giovane dottore che la tratta come una cavia ed un primario distante e asettico.
Il fatto è che il medico vede il male e il paziente sente un dolore: due cose diverse. Il dolore è un vissuto soggettivo che il paziente narra e non coincide con il male oggettivo che il medico cerca. Il dolore esce dai confini del corpo e pervade la vita, modificando la qualità delle relazioni, la forma degli affetti, il ritmo delle attività, la considerazione di sé. Uno è sano quando il corpo se lo dimentica. Se mi ammalo, non coincido più col mio corpo. Non dico «ho un corpo stanco», ma «sono stanco». E nel «sono» c'è una perfetta coincidenza tra io e corpo.

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