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Document Typology: Book
Methodology addressed by the publication:Parents pedagogy
Title of document: Pedagogia dei genitori e disabilità : la prima comunicazione, l'integrazione scolastica e sociolavorativa, il tempo libero, il rapporto con le istituzioni
Name of author(s): Maria Rita Dal Molin e Maria Grazia Bettale
Name of publisher: Edizioni del Cerro, 2005
Language of the publication: Italian
Language of the review: Italian
Summary:
Proviamo a metterci dalla parte dei genitori, basta con le frasi a bassa voce alla persona che ci sta affianco: "Poverino, guardalo...è down...è handiccappato". Cosa vuol dire handiccappato? Cosa vuol dire disabile? Questo libro permette a tutti noi di guardare la questione da un'altra prospettiva:
la prospettiva di chi sogna e per 9 mesi immagina il proprio bambino e una volta messo alla luce si accorge che la realtà non corrisponde a quel sogno ed a quella immagine, ma nonostante questo prende atto della situazione.
Nasce, cosi come nasce il proprio figlio, una seconda volta, e affronta tutte le difficoltà che incontrerà nel suo, anzi, nel loro cammino: a partire dall'ignoranza, dagli stereotipi e dai pregiuizi degli altri passando per le istituzioni e i problemi pratici di integrazione nel loro interno. Una raccolta di 6 incontri che hanno visto come protagonisti i genitori, i fratelli, altre figure inerenti e i diversamente abili stessi, tutti che utilizzano come chiave comunicativa la Narrazione. Sì, perchè la cosiddetta "pedagogia dei genitori" si basa proprio su questo: sui racconti e dunque la presentazione del proprio piccolo.
La svolta non e' certo sottovalutabile! Medici e insegnanti che imparano dai genitori... Chi effettivamente meglio di un papà e di una mamma possono dire cosa sanno fare, cosa piace ai propri figli? Basta concentrarsi sui limiti! Le capacità devono essere partenza e focus mentre la massima autonomia possibile deve essere il traguardo.
Reviewer's comments on the document:
Gli spunti interessanti del libro riguardano i seguenti punti:

- la prima comunicazione,
- l'integrazione scolastica,
- l'integrazione sociale ed il tempo libero,
- l'integrazione lavorativa,
- l'orgoglio e la gioia di essere genitori
- il lavoro di rete
Un altro fronte di intervento è per sensibilizzare i professionisti dei diversi servizi a porsi in atteggiamento di ascolto e di collaborazione attiva con i genitori, per una migliore conoscenza del minore e per elaborare congiuntamente il piano educativo individualizzato nell’ottica del percorso di vita. Vengono menzionati i più significativi eventi e progetti di cooperazione in Europa e nel mondo, caratterizzati dal protagonismo familiare, sia nell’ambito del partenariato con le amministrazioni locali e gli operatori, sia riguardo alla collaborazione con docenti e studenti universitari, non solo sui temi della formazione del personale in prospettiva inclusiva, ma anche sul terreno della ricerca applicata.
La famiglia come partner di progetto
Se sostenuta dalla comunità sociale e civile nei periodi di maggiore criticità, la famiglia in cui è presente una persona con deficit ha potenzialità e risorse per conquistare nel tempo una propria dimensione di equilibrio dinamico e di apertura verso il futuro. Questa evidenza la pone in grado di maturare competenze educative in progressiva trasformazione ed evoluzione, che rappresentano contributi di “non tecnici”, di “esperti grezzi”, da mettere in campo a vantaggio del progetto di vita per il figlio.
Nell’inserto Riziero Zucchi e Augusta Moletto ci parlano della metodologia Pedagogia dei Genitori, sviluppata a partire dalle indicazioni di Mario Tortello e finalizzata alla valorizzazione delle competenze genitoriali, attraverso azioni concrete, orientate a far emergere e socializzare il giacimento educativo costituito dai percorsi di crescita promossi dalle famiglie.
More care than cure è lo slogan dell’OMS ripreso da Piera Bagnus, per ribadire la necessità di un approccio bio-psico-sociale incentrato non solo sulla patologia, ma sulla salute del soggetto, fin da quando nasce, dunque già nei reparti di terapia intensiva neonatale. Per infermieri, medici e terapisti questo significa modificare adeguatamente tanto il macro-ambiente della neonatologia – rispetto a stimolazioni luminose e sonore, alla gestione del “traffico” delle persone presenti, alla migliore organizzazione delle manovre sanitarie e assistenziali per renderle meno “violente” – quanto il micro-ambiente, ovvero curare il confort nell’incubatrice, nella scelta di attrezzature a misura di neonato e nelle sue manipolazioni. I più recenti approdi scientifici sottolineano la necessità di un approccio multidisciplinare al bambino a rischio ed alla sua famiglia, evidenziando l’evoluzione di un pensiero che, dapprima concentrato sul neonato, si va aprendo alla coppia madre- bambino, per coinvolgere quindi il padre e via via la famiglia “allargata”. La cultura della cura come vicinanza e sostegno alla terapia richiede l’apertura dei reparti ospedalieri ad una più assidua presenza dei genitori: un traguardo ancora lontano, per problemi logistici e/o condizionamenti culturali. Un altro momento particolarmente delicato è il rientro a casa del piccolo dopo la dimissione: una fase in cui la famiglia non dovrebbe essere lasciata sola, ma andrebbe accompagnata da professionalità di formazione preferibilmente pedagogica, nel non facile compito di riorganizzare la propria quotidianità. Manuela Mosca presenta il Newborn Individualized Developmental Care and Assessment Program (NIDCAP), un progetto ideato a Boston dalla neuropsicologa Als, che prevede un approccio individualizzato al neonato prematuro, coinvolgendo i genitori come caregivers primari.
Anna Maria Favorini e Roberta Caldin si occupano del ruolo della famiglia nell’arco di tempo in cui il figlio frequenta la scuola primaria e secondaria. Nonostante la nostra ultratrentennale esperienza del processo di integrazione scolastica degli allievi disabili, che ci vede all’avanguardia in Europa, sappiamo che una buona alleanza famiglia-scuola non è facile da praticare. Tale obiettivo richiama la disponibilità di entrambi i partner a lavorare in rete, condividendo obiettivi, metodi, stili formativi, azioni pratiche, nel rispetto dei ruoli. Il coinvolgimento reciproco nella mission educativa non può fondarsi su incontri sporadici, ma deve essere vissuto come un compito di corresponsabilità nel breve, medio e lungo termine. L’impegno si fa più arduo nell’età della scuola superiore, quando ai problemi di carattere didattico si aggiungono quelli di carattere affettivo e relazionale, correlati alle domande sul ruolo futuro e al processo di costruzione dell’identità. La distanza tra un’identità prevalentemente familiare e un’identità di tipo sociale adulto rischia di non essere mai attraversata dall’adolescente disabile; l’età dell’oro rischia di trasformarsi per lui in età della stagnola (Montobbio, 2000, p. 74). Due sono le piste di lavoro proposte, per una evoluzione positiva delle criticità: una concreta, nella quale progettare e attuare percorsi operativi di orientamento al lavoro, che permettano ai ragazzi di sperimentarsi e vivere l’esperienza del distacco; l’altra, prevalentemente psico-pedagogica, volta a promuovere, attraverso il dialogo e la narrazione di sé, percorsi di cambiamento presso i genitori, parallelamente alle spinte di consapevolezza dei figli.
Andrea Canevaro volge uno sguardo alle situazioni personali di disabilità complessa, espressione usata per evocare le condizioni di minorazione severa, che lungo l’arco della vita richiedono l’intervento di competenze diverse, le quali devono organizzarsi sinergicamente. Il ragionamento procede mettendo a confronto due modelli di aiuto alla persona: il modello familiare, quello del “pensare tutti i giorni e per tutto il giorno” alla persona con disabilità, come spetta ai genitori e il modello strutturale, a competenze e responsabilità diffuse. Non possiamo continuare a ad affrontare le situazioni di disabilità complessa adottando all’interno delle istituzioni il modello familiare, per cui la cura del soggetto con problemi viene delegata ad un solo professionista. Per camminare nella direzione di una società più umana, aderendo alla logica inclusiva, dobbiamo promuovere la competenza diffusa, ovvero il bisogno assunto dal soggetto disabile, che vive gli aiuti degli altri sapendone valutare l’apporto. Si tratta di transitare dall’approccio semplicistico di risarcimento all’individuo, a quello di presa in carico strutturale della situazione, affidata non ad una sola tipologia di sostegno, ma ad una pluralità di sostegni professionali e non, fra i quali i genitori, che aiutano a tradurre il sapere teorico nell’esperienza pratica.
Salvatore Nocera, a cui riconosciamo una indiscussa padronanza giuridica, illustra il ruolo di primo piano che il complesso della legislazione italiana, a partire dalla Costituzione fino ai giorni nostri, attribuisce alla famiglia nell’educazione e nel sostentamento dei figli. Quando questi sono disabili, l’affiancamento non cessa con la maggiore età, ma dura per tutta la vita ed oltre; infatti i genitori devono preoccuparsi del dopo di noi. Non sempre i familiari, così come i professionisti dei servizi, sono a conoscenza della normativa che tutela i diritti dei soggetti più fragili e dei nuclei di appartenenza: solo in casi eccezionali le amministrazioni comunali hanno attivato sportelli informativi. L’esperto traccia una mappa sintetica, tuttavia ordinata delle norme, suddivise per settori di intervento, proponendo il modello dell’integrazione territoriale dei servizi alla persona, una prassi troppo poco adottata dalle Regioni.
La via italiana al processo di integrazione delle persone con disabilità nel tessuto sociale ha visto e anche oggi vede in primo piano le associazioni di famiglie e i soggetti stessi, con ruoli di prevenzione a tutto campo: dalle azioni di pressione “politica” nei confronti delle amministrazioni locali e nazionali, all’impegno per la sensibilizzazione/formazione dell’opinione pubblica, a quello di sostegno diretto ai genitori e agli individui in difficoltà. Antonello Mura interroga la microstoria dell’ultimo mezzo secolo, per cercare di ricostruirne l’itinerario e indagare le pratiche delle associazioni che si sono occupate di disabilità e che hanno lasciato un segnale forte. L’indagine, accurata per quanto non semplice poiché le tracce documentaristiche sono esigue, consente di concludere che si è trattato e si tratta di un percorso di maturazione educativa, civica e politica lento e costante. Due sono le filiere di ricerca emergenti, meritevoli di ulteriore approfondimento: una pedagogia narrativa, che nel tempo ha lasciato emergere comportamenti genitoriali improntati alla resilienza, alla responsabilità e alla speranza e una pedagogia dell’azione, sviluppatasi progressivamente come sapere pratico-prescrittivo.

Where to find it: BD Sc. Educazione e formazione - Università degli Studi di Torino

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