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Document Typology: Book
Methodology addressed by the publication:Narrative medicine
Title of document: Narrare la malattia. Lo sguardo antropologico sul rapporto medico-paziente
Name of author(s): Byron J. Good
Name of publisher: Einaudi, 2006
Language of the publication: Italian
Language of the review: Italian
Summary:
Mai come in questo periodo la medicina ha subito la sua potenza tecnologica, e mai come ora ha mostrato una crisi profonda di credibilità da parte dei pazienti. Che cosa è accaduto del rapporto tra il medico e il paziente? Che cosa rende l'incontro medico il luogo di un dialogo frammentario e frustrante? Perché la medicina non risponde alle domande più concrete che i pazienti pongono? Il medico pretende di imporre la sua razionalità e di catalogare le credenze della medicina popolare come superstizione. Tuttavia, così facendo, impedisce di comprendere la narrazione del paziente, le sue ragioni profonde.
Reviewer's comments on the document:
Parlare di malattia significa entrare in un mondo completamente diverso, il mondo della sofferenza e del dolore, “un mostro che aggredisce il nostro corpo”. Il malato si allontana dalla realtà quotidiana, non la vede più con gli occhi di quando era sano. Il suo processo conoscitivo e la sfera degli affetti subiscono dei mutamenti. Ma fino a che punto il medico è in grado di capire la malattia, la sua origine, i vari gradi in cui si sviluppa? Oggi più che mai si avverte il distacco tra il medico e il paziente, anche perché il medico è troppo fiducioso dei sofisticati strumenti di diagnosi di cui dispone, piuttosto che ascoltare ciò che il paziente racconta. Ogni malattia presenta infatti una sua storia peculiare. “Per la persona malata, - scrive Byron J. Good in “Narrare la malattia. Lo sguardo antropologico sul rapporto medico paziente." -come certo per il medico, la malattia è vissuta come presente sul corpo, ma per chi soffre il corpo non è semplicemente un oggetto fisico o uno stato fisiologico: è una parte essenziale del sé. Il corpo è soggetto, il fondamento stesso della soggettività o dell'esperienza del mondo”. Non si può essere dunque distinto dagli 'stati di coscienza', non può essere solo un oggetto di cognizione per il sapere medico. Docente di antropologia presso la prestigiosa Harvard Medical School e considerato tra i massimi ricercatori del campo, Good ha sottolineato come il medico tende a trascurare, nell'imporre le sue conoscenze, tutta una serie di aspetti psicologici essenziali per capire la malattia. “Un tumore - dice - è chiaramente una forma materiale...una grossa massa, un'alterazione istologica concepita in relazione a processi di proliferazione cellulare... è una condizione fisiologica, un prodotto di uno schema regolativo genetico che ha 'attivato' certe forme di crescita. Ma è anche molto di più. E' parte di un corpo vivo e sensibile, è una frattura drammatica in una storia esistenziale”. Quali sono quindi i criteri che devono guidare il medico nell'individuazione della malattia? Le ricerche effettuate dall'autore in paesi come l'Iran e la Turchia, di diversa tradizione e cultura medica, lo hanno portato a considerare la malattia come una sorta di 'oggetto estetico', non in quanto la malattia abbia in sé alcunché di bello, ma dal punto di vista dell'analogia interpretativa. L'opera d'arte è fatta per esempio di un quadro, un oggetto materiale, che provoca sensazioni ed emozioni in chi la osserva, sensazioni ed emozioni distinte dalla tela o dall'olio del dipinto. Lo stesso avviene per la malattia. Da una parte sta il corpo malato, l'oggetto, dall'altra la presenza della malattia nella vita di una persona. Così è necessario avvicinarsi alla malattia in una prospettiva di antropologia culturale, cercando cioè di capire l'aspetto culturale della malattia, costituita anche dalla storia sociale, religiosa, umana della malattia. La malattia - sostiene Good - presenta una sua struttura narrativa, è come la trama di un libro che deve essere letto fino in fondo. Da questo punto di vista sono particolarmente interessanti le interviste antropologiche effettuate dall'autore in pazienti trattati con sistemi medici umorali, di medicina orientale o islamica, effettuate, come dicevamo, in Iran e in Turchia. Si tratta di metodologie di cura che in Occidente sono spesso considerate frutto di credenze popolari e superstizioni, ma che invece servono a mettere in luce altri aspetti della sofferenza e
del dolore, a verificare il dato soggettivo, a far capire come non si possa avere una visione 'riduttivamente biologica' della vita umana. Del resto - annota Good - “il dibattito sull'aborto non si occupa più della presenza dello spirito o dell'anima nel feto, o magari della natura della personalità, ma si limita ad un impegno politicizzato verso la vita. Il tasso di mortalità infantile è considerato l'unico criterio di successo dei programmi sanitari internazionali. E gli Stati Uniti spendono una quota notevole del bilancio sanitario badando alle ultime settimane di vita, tale è il nostro impegno e la nostra potenzialità tecnologica a estendere la durata della vita”. Analisi estremamente interessante quella di Good. Mette in luce quella che potremmo definire la 'superbia' della medicina moderna, troppo orgogliosa dei successi raggiunti. Già in un celebre saggio di anni fa, un sociologo come Norbert Elias parlava di Solitudine del morente, una solitudine inevitabile in una società (e in un ambiente ospedaliero come quello dei paesi evoluti economicamente) in cui si tende a rimuovere l'idea della morte, sottoponendo il malato a continua quanto inutile terapia. Il libro dell'antropologo americano richiama la necessità di un approccio che rispetti la sofferenza, la paura della morte. Allo stesso tempo Good ci fa toccare con mano quanto la malattia sia ancora difficile da comprendere, costituisca qualcosa di nascosto, di segreto che non può - vorremmo aggiungere - essere separata dal mistero stesso della nostra vita.
Where to find it:

Libreria pubblicato da Einaudi (2006)

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