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Vita di un patriarca

Sebastiano
Language: Italian
Country: Italy
Typology: health care professionals
Text:
L’esperienza narrativa che mi accingo a raccontare comincia in un freddo pomeriggio di fine inverno di tre anni fa in una bella casa isolata, nascosta da grandi siepi nelle campagne settimesi. Alla presa in carico si presenta un signore tutto distinto, molto a modo, si accomoda a centro tavola e comincia a raccontarci che la sua vita è stata tutta una prova, faticosa e lunga, nella quale più volte ha scampato l’appuntamento con la morte e che adesso, a ottantasei anni, con la consapevolezza di aver realizzato tutto ciò a cui teneva, poteva anche arrivare il momento per congedarsi. In effetti, il quadro che il MC ci aveva illustrato non era incoraggiante: entrato in ospedale per una semplice sostituzione del pacemaker, era rimasto ricoverato per ventotto giorni, di cui dieci in coma farmacologico, dovuto a una reazione a un farmaco somministratogli dal dermatologo per una psoriasi che si portava dietro da anni. E gli esami alla dimissione non erano incoraggianti, valori elevati di creatinina per un’insufficienza renale cronica vecchia di anni, diabete scoperto da poco per massiccia assunzione di cortisonici, cuore polmonare, sospetto CA intestino. La famiglia, composta da quattro figlie femmine sposate con nipoti, costantemente presenti al suo fianco, viste le previsioni infauste, avevano appena possibile preteso di riportarlo a casa a morire. Ma Sebastiano, che di battaglie nella sua vita ne aveva vinte tante, come mi racconterà in seguito, si è capito subito che non aveva nessuna intenzione di arrendersi, e ci rivelò che la sua meta era luglio 2009, quando si sarebbe sposato suo nipote, anche lui Sebastiano, cresciuto fra le sue braccia sin da piccolo, perché i genitori uscivano al mattino presto a mettere banchi di pesce. Ma andiamo per ordine. Si decide subito, con grande dispiacere del paziente, di riposizionare un catetere venoso appena rimosso la settimana prima, ma che aveva già richiesto un accesso in Pronto soccorso per ritenzione urinaria acuta, e poi esami del sangue, dieta ferrea, controllo scrupoloso dell’alvo e dell’alimentazione, perché in ospedale era già incorso in un blocco intestinale, ossigeno a domicilio, perché il solo parlare gli recava dispnea. Sebastiano accettò tutto con diligenza, come fece da quel momento e per i tre anni successivi, una vita ordinata, scrupolosa, rispettosa del prossimo e delle competenze altrui, senza sbagliare orario o dimenticare una sola pastiglia o uno yogurt fuori pasto, se gli era richiesto per aiutarlo a evacuare. Con lui il feeling è nato presto, bastava sedersi di fronte dopo aver controllato urine, sempre troppo ematiche, respiro aspro e umido, pressione ben al di sotto del normale, continue e ripetute infezioni polmonari e al catetere e lesioni da decubito da catetere. Ma, quel che è peggio, Sebastiano era praticamente allergico a tutto: in tre anni è stato possibile somministrargli solo paracetamolo per il controllo del dolore, ciprofloxacina, betametasone, furosemide, estratto concentrato di senna e infine anche la calciparina. Inoltre, nonostante le mie raccomandazioni nella dieta, scrupolosamente eseguite, spesso, dopo giorni di regolarità, l’intestino si bloccava improvvisamente, anche sotto trattamento con estratto concentrato di senna, l’unico tollerato, e si cominciava con perette e clisteri e poi seguiva qualche giorno con diarrea e a volte rettorragia. Sebastiano viveva in questa casa con una figlia, il genero e due nipoti, ma questa casa sembrava un ristorante: tutti i giorni le altre tre sorelle e relativi mariti dovevano venire a pranzare e a passare la giornata con lui, mentre gli altri quattro nipoti presenti a Torino passavano almeno una volta al giorno a salutarlo. Insomma, attenzione giornaliera offerta a un capo di una dinastia. Ma cominciai a capirne il perché. Appena poteva, Sebastiano mi si sedeva davanti e mi raccontava pezzi della sua rocambolesca vita: primogenito, con tre sorelle e un fratello a seguire, nel ‘38 fu notato da un preparatore ciclistico in una gara di biciclette al suo paese e, con notevole rammarico della famiglia, portato a Roma per prepararsi meglio per le sue gare. Un fuoriclasse già per quei tempi. Ma la guerra incombeva, a diciotto anni, campione o no, fu arruolato a forza nell’esercito, sempre a Roma, dove cominciò gli addestramenti ma, siccome era giovane e bello e con tante amicizie femminili, una sera tornò un’ora dopo la ritirata: tre ore dopo, lui e il suo amico si trovavano già su di un camion, zaini a spalle, con tanti coetanei, diretti in Russia. Come il destino può cambiare in poche ore. In questi anni mi ha raccontato diversi episodi della sua guerra in Russia: unito, dopo otto mesi di viaggio, a un primo squadrone, a inizio autunno, quando il freddo non era ancora troppo avvilente, vennero subito dimezzati dopo primo attacco frontale. Lui, per fortuna, ne uscì indenne, ma per mesi vagarono, comandati da un giovane ufficiale, in cerca di un altro battaglione italiano con i feriti da trasportare che morivano giorno dopo giorno e alla fine si salvarono solo quelli che potevano reggersi ancora sulle gambe in mezzo alla neve, senza coperte e con tanta fame. Raggiunto un altro battaglione dove i pidocchi e la fame erano anche peggio, in primavera un altro scontro, e questa volta quasi tutti, stanchi e affamati, ci lasciarono le vite. Lui proprio quella notte era stato spedito nel punto di guardia più lontano dell’accampamento, scesero di corsa e fu tra i primi a essere pronto, ma fu una carneficina, mentre gli ufficiali in capo fuggivano dall’altra parte lasciandoli soli, lui e i pochi rimasti si rifugiarono dietro montagne di neve e fu la sua salvezza. Ma, allontanatosi il nemico, tornarono gli ufficiali e pretesero di riprendere la marcia verso qualche altro gruppo… “Fu a quel punto”, diceva Sebastiano, “che capii che la prossima volta che avessimo incontrato anche un solo russo, saremmo finiti tutti sotto terra, vestiti di cenci strappati ai soldati congelati, senza più armi, munizioni e cibo, mezzi assiderati, ma soprattutto con la certezza che non è vero che il nemico ti sta di fronte! Ovunque andassimo a quel punto, c’era sempre qualcuno pronto a spararci, compresi i nostri ufficiali che per primi erano fuggiti alla battaglia. Una sera si offrì l’occasione giusta. Con un mio compaesano e un ragazzo di Nola, ci ordinarono di andare avanti, per vedere se il villaggio di fronte era abitato; spesso i russi ci sparavano, ma altre volte ci tolleravano, e noi avevamo tanta fame. Decidemmo quindi di disertare. Volevo solo più tornare a casa, mettermi un paio di calze calde e mangiare pasta che faceva mia madre. Facemmo il giro largo e tornammo indietro, con l’aiuto della notte, verso il luogo che avevamo appena passato. Ma, con il paesaggio nevoso, i nostri ufficiali se ne accorsero, ci inseguirono e ci spararono.”. Il suo compaesano, colpito alla schiena, morì all’istante; lui fu colpito alla gamba destra, dove portava ancora il ricordo, e, aiutato dal nolano a raggiungere il paese, rimasero due notti e due giorni sotto il terrapieno di una casetta in legno, nascosto da un grande albero. Gli italiani non li inseguirono, certi che il freddo e i locali avrebbero finito il lavoro ma, come disse sempre Sebastiano, “Io ero un bel ragazzo e i miei occhi e la mia bella figura mi salvarono. Dopo due giorni nascosti sotto la casetta, si presentarono tre donne russe con un fucile. Ancora capivo poco di quella lingua, ma si resero conto che non potevamo essere di alcun pericolo per loro in quello stato e ci aiutarono. Così, in quel piccolo villaggio perso nell’immensità della Russia passai diciannove mesi. Appena la stagione migliorò e la mia gamba tornò a sorreggermi, uscivamo nei terreni lì vicini e aiutavamo queste tre donne, due anziane e una ragazza, a coltivare un po’ la terra e a occuparci dei pochi animali da latte del villaggio. Di lì a qualche mese promisi di non abbracciare più un fucile; la gente all’inizio ci tollerava, ma poi diventarono anche amichevoli, ci nascondevamo solo se veniva qualcuno da lontano. Le voci della fine del conflitto arrivarono anche in quel villaggio dopo circa sei mesi e a quel punto, ben rimessi in carne e in forze, decidemmo di salutar tutti e fare ritorno, fra gruppi di sbandati, ladri, ex soldati e quant’altro; per viaggiare prendevamo qualcosa e barattavamo del cibo per un passaggio.”. Nel ‘46 fece ritorno a casa. Era ormai un bel giovane risoluto e pieno di esperienza e si sposò subito, divenne un caporale, lavorava per un barone proprietario terriero con tanti acri di terra coltivata a frutta, vite e ulivi. Ma, non soddisfatto della paga, emigrò in Germania, dove i salari erano ben più alti, ma la vita molto dura. Ma la famiglia, e soprattutto l’amore della sua figlia Agata, che l’ha accompagnato fino in fondo, lo fece tornare indietro nelle sue terre; ma la salute della moglie peggiorò in pochi mesi e rimase vedovo giovane, con quattro figlie femmine, di cui si è sempre vantato, che ha portato fino all’altare, senza doverne mandare nemmeno una a lavorare fuori casa perché aiutasse lui a portare avanti la famiglia. Le figlie, una dopo l’altra, si sposarono e uno dei generi fu mandato a Torino a lavorare e, piano piano, tre delle quattro figlie e famiglia arrivarono a Settimo. Qui, ancora più lontani dalla loro terra, le figlie e i generi si unirono sempre più con questo papà, sempre al seguito, sempre presente: il nonno cucina, il nonno accompagna i nipoti a scuola, il nonno va in campagna a coltivare un bel pezzo di terra dove si costruisce una casa con il giardino, l’orto e tutte le comodità di cui ha sempre sentito bisogno e che ha cominciato a godersi in questi ultimi quindici anni con tutta la sua grande famiglia al seguito. Così, quella villetta in campagna si è trasformata nel fulcro della vita della famiglia, dove c’era sempre posto dove sedersi al tavolo, piscina e spazi dove correre e divertirsi per bambini e meno giovani, bisognava festeggiare e stare sempre insieme lì, perché il nonno è anziano e non è bene che si muova da quella casa dove divani, letti, televisioni, condizionatori e stufe calde accoglievano tutti. Nonostante quella prima previsione infausta, sono trascorse abbastanza bene otto stagioni, con l’assiduo tentativo di tenere tutte le patologie sotto controllo, ben consapevoli che, con l’alterarsi di quel precario equilibrio, sarebbe stato difficile ritornare indietro. Ma, nel marzo 2011, un grosso aneurisma della vena nel cavo popliteo destro comincia a causargli dolore intenso, gonfiore e limitazioni fisiche, soprattutto nel camminare. Portato dallo specialista, la diagnosi è infausta: andrebbe operato subito, potrebbe continuare ad allargarsi o partire un embolo, ma Sebastiano non è in grado di sopportare un intervento, e quindi si procede con i soliti antibiotici, cortisone in compresse e calciparina che, nonostante sanguinamenti vari, non verrà più smessa fino alla fine. A giugno, accortosi che la garanzia della batteria del pacemaker sarebbe scaduta di lì a poco e necessitava di essere sostituita con il solito intervento, e, nonostante il parere contrario di una figlia e del medico di famiglia, ha preteso dal cardiologo che gli fosse cambiato il pacemaker, anche a rischio della sua vita, liquidando il problema con la solita frase: “Se è arrivato il mio momento pazienza, ma se non provo a sostituirlo morirò comunque.”. Quindi, fra un altro evento estivo, il battesimo di un’altra pronipote e un altro matrimonio e quella dilatazione che s’induriva sempre più e si allargava, è giunto fino alla prima settimana di dicembre. Già aveva pensato di organizzare un grande evento per il suo novantesimo compleanno a inizio marzo, ma improvvisamente, i primi giorni di dicembre, il dolore e il gonfiore alla gamba l’hanno costretto a letto, così che anche l’intestino, dopo tante volte in cui si era riusciti a farlo evacuare, si è bloccato e… come avevo da tempo temuto… le sue condizioni, già precarie da tre anni, sono improvvisamente peggiorate. Nei sei giorni che gli sono rimasti ancora lucido e consapevole della fine imminente, ha radunato attorno a sé il resto della famiglia: fratello e sorella, rispettivamente arrivati, con figli a seguito, da Foggia e dalla Francia, dalla Puglia e dalla Calabria, e naturalmente la figlia, già ammalata, con il marito, dal paese. Ha tentato fino all’ultimo di esprimersi, anche attraverso gesti, dicendo alle figlie che avrebbero dovuto sempre rimanere così unite, e che, se anche non ci fosse più stato, dovevano festeggiare i suoi mancati novant’anni. Tante volte mi era capitato di arrivare e lui aspettava la mia visita per chiedere consigli, per sapere se tutti i suoi parametri erano a posto, controllare le urine sempre ematiche, verificare che quello che stava facendo sua figlia per lui fosse corretto, preteso che, almeno una volta al mese, il medico lo venisse a visitare… aveva un rispetto e una fiducia infinita nei miei confronti e nelle mie capacità di prendermi cura dei suoi malanni e della sua vita. Diceva di essere pronto, ma nulla era lasciato al caso, e lui controllava che tutto fosse eseguito a dovere, perché penso che, con questo suo modo di fare e con questa sua disciplina, si era sempre salvato, e lui sapeva di poter sperare di continuare solo adottando questo comportamento. In fondo era felice e contento di vedere sempre tutta questa gioventù, che lui aveva tanto contribuito a far crescere, girargli attorno, servito e riverito da figlie e nipoti. Così, dopo quarantotto’ore di anuria e un respiro sempre più superficiale, ha atteso il mio arrivo anche quel mattino, l’8 dicembre: dovevo eseguire la terapia sottocute e occuparmi dell’igiene e delle ulcere sacrali che immediatamente erano comparse e, anche se il solo movimento gli causava molta fatica, si è sporto verso di me per essere girato e medicato e, abbracciandomi, ha smesso di respirare, davanti a quattro generazioni di persone, circa trenta, che da tre giorni non lo lasciavano più, giorno e notte. Così, mi viene in mente cosa diceva sempre lui quando gli facevo notare che lui era il mio malato privilegiato, perché nessuno si poteva permettere tutte queste figlie attorno e quest’assistenza… “Se gli anziani sono lasciati soli e dimenticati dai figli, non bisogna vedere solo la situazione attuale… bisogna andare innanzitutto a capire che razza di genitori sono stati a suo tempo con i loro figli.”. Adesso Sebastiano riposa nel cimitero di Settimo: a lui, cittadino di questo mondo, non importava dove sarebbe andato a riposare, se avesse potuto scegliere, si sarebbe fatto seppellire nel suo giardino. Non sono più andata a trovarlo, preferisco immaginarlo seduto sulla sua sedia a sdraio davanti ad un grande albero del suo giardino a raccontare una sua riflessione: “L’uomo è come quest’albero, bisogna tagliare quei rami malati, quei rami secchi, quelli che dal basso prendono poca luce, perché non portano più frutto e indeboliscono la pianta, ma, quando si arriva a quel punto in cui i frutti diventano rari e i rami sempre più malati, è tempo di tagliare tutto l’albero e restituire alla terra ciò che l’albero non è più in grado di trasformare in frutto.”.


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