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La nostra storia

Anonima
Language: Italian
Country: Italy
Typology: health care professionals
Text:
Le storie di tutti noi hanno un inizio preciso, quando la nostra presenza diventa tangibile, nell’utero di nostra madre. Quella che però ci sentiamo con più forza ed emozione di chiamare la “nostra storia” ha sempre un ulteriore momento d’inizio, che avviene per un “incontro” particolare. Così è stato anche per me. Anche la mia storia inizia con un incontro, in un pomeriggio di tarda primavera di tanti anni fa, quando, quasi per caso, ho incontrato la sorella di un’amica che ero andata a trovare, insieme ad alcuni compagni di Facoltà. “Sclerosi Tuberosa” o “Sindrome di Bourneville”, forma grave, con ritardo mentale profondo, epilessia sintomatica, incapacità a parlare e difficoltà nel camminare autonomamente. Io ero una giovane studentessa di Medicina e Chirurgia, con i problemi e i sogni di tanti altri, forse con una domanda sulla vita più inquieta, che sembrava non lasciarmi, in fondo, mai soddisfatta. Non ricordo più nulla di quel pomeriggio nella campagna cuneese, se non la febbre alta, che mi aveva colta improvvisamente, con un misto di nausea e di confusione, e il viaggio di ritorno in treno, senza la forza di parlare, né quasi quella di reggermi in piedi. E il rientro a casa mia, dove non c’erano più le urla e la puzza di urina e la mia febbre era scomparsa, di nuovo improvvisamente, senza terapia… ciò che rimaneva, forte, era il ricordo di una presenza unica, che di colpo mi aveva spiegato molto del significato della vita, bella perché c’è, bella perché qualcuno ne apprezza le sfumature più piccole e impercettibili, e proprio per questo più profonde e più vere. Di lì a poco, avrei dovuto scegliere la specializzazione per la tesi di laurea. Avevo sempre pensato che dovesse essere la Pediatria, sin dall’iscrizione al Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia. Avevo già fatto un incontro che aveva spiazzato gran parte dei miei progetti, per “sbattermi in faccia” una realtà che non potevo far finta di censurare, non per un perbenismo o un desiderio di essere caritatevole, ma perché urlava la ricerca di significato, di amore, d’infinito, che percepivo essere quello della sorella della mia amica, ma che era anche il mio, identico. Proprio lei me lo aveva indicato… e come potevo non andare dietro a quella strada, anche solo intuita come vera per la mia vita? Eccomi così a bussare alla porta del Direttore della Specializzazione in Neuropsichiatria Infantile (prima di allora solo sentita nominare). Ed eccomi, laureata con una tesi sull’autismo infantile, iniziare l’avventura nel mondo, così vasto, eterogeneo e un po’ strano, della Scuola di Specializzazione in Neuropsichiatria Infantile. È seguita la “gavetta”, all’interno del Reparto di NPI dell’Ospedale della mia città, tra patologie neurologiche psichiatriche, in una realtà a volte così diversa da quello che avevo pensato. Avevo immaginato di lavorare soprattutto con la disabilità, ma la tipologia di pazienti che incontravo era molto più eterogenea, e a volte così lontana da ciò che istintivamente avrei sperato. Non ho mai però pensato che la mia personale “folgorazione sulla via di Damasco” potesse essere stata un inganno. Avevo accettato la sfida e non potevo tirarmi indietro, perché questo avrebbe voluto dire, in ultima analisi, rinnegare il desiderio di verità e di bellezza che avevo percepito così fortemente. Cinque anni dopo, ecco il Diploma di Specializzazione in NPI, con una tesa in riabilitazione infantile, e l’assunzione nell’ASL che ancora oggi mi annovera tra i suoi dirigenti medici. Adesso lavoro con bambini e ragazzi con molteplici patologie e disturbi, in campo neurologico, psichiatrico e dell’apprendimento. I miei pazienti “preferiti” continuano a essere i cosiddetti “disabili” ed è proprio questa preferenza che, tutti i giorni, mi aiuta ad approcciare anche le situazioni più difficili. Perché “preferire” vuol dire amare in modo speciale e l’amore, se è vero, non riesce a mantenersi entro stretti confini. Il lavoro con i miei giovani pazienti è tutti i giorni una scoperta, prima di tutto su di me. Come si fa, di fronte al loro viso allegro o triste, di fronte alle loro risate o al loro pianto, a non percepire che il loro stesso desiderio di felicità è anche il mio? L’unica differenza è che per loro la domanda di felicità è più immediata e tangibile, mentre la mia è nascosta sotto metri di strutture di difesa, o, peggio, sotto la maschera del perbenismo. A volte alcuni bambini mi dicono: “Che bello vederti!”; nella mia risposta: “Anche per me!”, mi accorgo che è proprio così: per me è bello vederli, perché mi obbligano a ricordarmi ogni giorno di ciò per cui vale la pena vivere. Nella loro semplicità (e gravità), molti di loro mi rendono evidente che la vita è importante prima di tutto perché c’è. Gli altri si preoccupano per cosa faranno domani o per il vestito che dovranno indossare in quella data occasione. Per la maggior parte dei miei pazienti queste preoccupazioni non esistono. Tutti i giorni mi aiutano ad andare all’essenziale, ad apprezzare le cose semplici. Percepire il calore del sole sulla pelle, sentire una bella musica, vedere dei bei colori, sentirsi amati… l’essenziale per vivere ed essere felici, tutto il resto è un di più che a volte non fa che confondere. Tutto ciò non toglie la difficoltà del mio lavoro, di fronte al bambino con encefalopatia epilettogena che ha già assunto molti farmaci, ma continua ad avere frequenti crisi epilettiche, all’adolescente che ha una crisi psicotica e picchia i familiari, al bambino che ha una malattia degenerativa e morirà a breve. Ma la consapevolezza che la strada è comune, perché tutti, in fondo al cuore, abbiamo lo stesso desiderio, mi permette di ringraziare ogni giorno per i miei giovani compagni di viaggio, che mi aiutano ad affrontarlo con maggior letizia.


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