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Una patente per volare

Anonima
Language: Italian
Country: Italy
Typology: patients and relatives
Text:
Sono le cinque, è ancora buio, ed io sono qui in cucina perché non riesco a dormire, troppe cose si accavallano nella mia mente e il mio cervello sta quasi fumando al pensiero che qualcos’altro succeda nella mia vita, già provata da mille malattie. La lotta con la malattia è incominciata nel ’43, quando mamma è stata colpita da una brutta pleurite e dal fegato. I cinque anni di cure, lunghe e dolorose, e di lavoro, perché, vivendo in una famiglia di contadini, se non lavoravi non mangiavi. Papà era prigioniero in Egitto, quindi lei doveva lottare con le cognate e cognati duri, insensibili e dittatori. Quando papà è tornato, l’ha trovata in condizioni disastrose, quindi siamo partiti dalla nostra Parma, dove sicuramente avremmo avuto da mangiare, ma non c’erano serenità, né lavoro. Papà ha trovato lavoro in una ditta di trasporti a Torino e mamma faceva la custode. A dodici anni, mentre di notte mamma puliva gli uffici, io cercavo di imparare a scrivere. Una sera il principale mi ha visto e mi ha chiesto di lavorare per lui. Il primo anno gratis, poi per cinquemila lire al mese. Ho dovuto fare i salti mortali perché, nel frattempo, mi sono iscritta a scuola e, per tre anni, è stato faticoso, ma felice, vedevo i miei sogni avverarsi; ma è bastato poco per rovinare tutto: papà ha avuto un incidente sul lavoro che per cinque anni l’ha portato da un ospedale all’altro (San Vito, Molinette) per interventi, flebiti, trombosi, trapianti di pelle. Durante questi anni è arrivata la mia sorellina. Una creatura meravigliosa che ha dato la forza a mamma e la voglia di vivere a papà. Io allora avevo sedici anni. Dal giorno che ho incominciato a lavorare, speravo sempre che si rompesse la macchina da scrivere, perché così potevo andare nell’officina di fronte a noi per ripararla (mi ero innamorata pazzamente di un ragazzo che lavorava lì). Per ben sei anni ci siamo scritti tutte le sere, e al mattino, complice la nostra panettiera, io le lasciavo la mia lettera e lui la sua. Con un tranello sono riuscita a fargli fare il padrino di battesimo della mia sorellina (allora si battezzavano in clinica). A diciotto anni, quando mi sono sposata, ho scoperto che il mio Gianni aveva undici anni in più di me. Un uomo meraviglioso, un padre esemplare, che mi ha dato tutto. Mi ha fatto da padre, da marito, da amante e, anche se a volte non si sapeva cosa imbastire per pranzo o per cena, ai nostri cinque figli non è mai mancato nulla. Nell’89, il 16 aprile, si sposa la nostra figlia più piccola, e ancora oggi lo vedo scendere le scale tutto raggiante e orgoglioso. Dopo il pranzo usciamo dal ristorante, mi abbraccia e mi dice: “Mamy, da oggi a casa siamo soli e tu sarai la mia regina”. E così è stato, perché io lavoravo come bidella a scuola e, tornando a casa, trovavo tutto fatto, persino il bucato e la cera ai pavimenti. Ma la nostra felicità è durata solo fino alla fine di maggio, perché una tosse stizzosa lo soffocava e, il giorno del nostro trentesimo anniversario (14 giugno), lo pneumologo mi ha detto: “Mi spiace signora, ma per suo marito non c’è più nulla da fare.”. Un microcitoma me l’ha portato via l’11 agosto. La mia vita si è spezzata a quarantasei anni e, dall’oggi al domani, mi sono ritrovata da sola, io e il nostro cagnolino. I miei figli si erano accordati per non farmi stare sola e a turno volevano dormire una settimana con me. Ma, dopo pochi giorni, ho deciso che sarei rimasta sola, perché non era giusto che loro rinunciassero alla loro famiglia. Per tre anni, tutti i giorni andavo al cimitero. Il mio Gianni è mancato l’11 agosto dell’89 ed io il 4 settembre mi sono iscritta a scuola guida, perché una domenica il primario gli ha detto: “Signor X, vuole andare a mangiare una pastasciutta con i suoi figli?”. Allora lui mi ha detto: “Vedi, se tu avessi avuto la patente, ora avremmo potuto farlo, perché la macchina è in cortile.”. Ed io, con il cuore che scoppiava, gli ho giurato che, appena lui tornava a casa, mi sarei iscritta. Mi ha fissato negli occhi e mi ha detto: “Giuralo su di me.”. Non potevo mancare al mio giuramento. Facevo quiz giorno e notte senza sosta e al primo esame è andato bene. Poi ho cominciato le guide e il 14 febbraio, giorno di San Valentino, ho superato anche quello di guida. E, quando riesco a guidare, mi sento lui al mio fianco. Ma il mio calvario non era finito, perché nel ‘93 ho conosciuto Antonio, un uomo debole, col diabete, con mille altri problemi, solo, perché la moglie l’aveva abbandonato. Ho parlato con i miei figli, che hanno capito che non avrei mai dimenticato il loro padre, ma che avremmo potuto farci buona compagnia, ma, dopo pochi giorni, mentre ci trovavamo al ristorante con amici, è andato in coma diabetico. Questa è stata l’inizio di tante preoccupazioni, perché non riuscivo nemmeno a fargli prendere acqua e zucchero come primo rimedio. Dovevo ricorrere alla siringa e, anche se aveva i denti stretti, riuscivo a farlo mangiare. Quattro erano già le insuline che faceva. Sempre sotto controllo per le reni, la pressione, la circolazione. Le gambe le aveva sempre ghiacciate, quindi abbiamo fatto un ecodoppler. I medici hanno subito deciso di fare degli interventi incominciando dal collo, poi all’inguine, nel frattempo l’alluce del piede sinistro è diventato nero, quindi hanno deciso di intervenire. Malgrado le cure, la cosa non migliorava, e hanno tagliato il secondo. Ma l’ennesimo ecodoppler ha diagnosticato che le vene non si aprivano più, quindi hanno fatto il bypass e l’intervento alle altre dita, facendo anche tre trasfusioni, perché era debolissimo. Dopo tanta degenza, è stato dimesso, molto debilitato lui, ed io che mi sentivo senza forze, depressa, e non sapevo cosa fare e se sarei riuscita a superare. Tramite l’ospedale, mi sono rivolta all’ASL di Settimo. Ero spaventata e non sapevo da dove incominciare. Avrei voluto morire, ma un raggio di sole è spuntato. Il personale ADI mi ha aiutato, insegnandomi come dovevo fare nelle medicazioni, nel cercare di sollevarlo come morale, perché anche lui non aveva più voglia di vivere, era sempre taciturno, spento e inappetente, ma, grazie alla loro professionalità, siamo riusciti a riemergere. Il loro carattere, l’altruismo e la professionalità di queste meravigliose creature è grande e, ora che Antonio sta benino e il loro incarico è finito, ci mancano molto. Non riuscirò mai a esprimere ciò che provo nei loro confronti, vorrei che sentissero che il nostro grazie è infinito. Sono stati i nostri angeli silenziosi, che ci hanno insegnato a rimetterci in piedi quando le nostre ali non si ricordavano più come si faceva a volare.


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