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Angeli che parlano con gli occhi

Noemi e Alessia
Language: Italian
Country: Italy
Typology: patients and relatives
Text:
Dopo aver scritto per venti volte la prima parola, proverò a descrivere cosa è la mia vita, i miei primi quarant’anni. Nasco a Torino il 26 giugno 1971 e trascorro la mia infanzia molto serenamente. Sono una bambina molto timida e riservata, ma con un forte senso di solitudine, tanto è vero che, all’età di sei anni, comincio a chiedere con molta insistenza ai miei genitori di farmi una sorellina. Premetto che, fino ad allora, avevo il mio amico immaginario “Civan”, che mi accompagna in tutti i miei giochi, ma, come per magia, arriva la mia sorellina “Ilaria”, e “Civan” scompare. Quindi, la mia solitudine si attenua e trascorriamo una bella infanzia insieme. Trascorro un’adolescenza contornata da tante amicizie e conosco, all’età di diciassette anni, il mio attuale marito, che perderò di vista per otto anni, per poi sposarlo il 2 giugno 2004. Un bellissimo matrimonio: siamo radiosi e pieni di buoni propositi per la nostra vita insieme. E, quando torniamo dal nostro viaggio di nozze in Spagna, mi accorgo di essere incinta. Quanto stupore e quanta felicità. Avevo trentadue anni e non immaginavo che la cosa che ogni donna attende con tanta gioia per me sarà la fine della mia vita da persona tra virgolette “normale”. Sì, perché, dopo la prima ecografia, mi accorgo di aspettare due gemelle. Ho avuto un brutto presentimento, una sensazione mista a terrore, paura di non essere all’altezza del compito di madre divisa in due, ma, all’ottavo mese di gravidanza, si rompono le acque e partorisco le mie due bimbe, Noemi e Alessia, con parto cesareo. Quando mi risveglio, al mio fianco vedo Noemi, perché Alessia è stata per quattro giorni in incubatrice. La prima volta che ho visto le mie bambine la cosa che ho pensato è stata “quanto sono piccole e che bruttine!”, perché, avendo anche l’ittero, erano molto scure di pelle e, quindi, hanno avuto bisogno di stare per alcuni giorni sotto le lampade. Ma arrivo al fatidico giorno in cui cambierà per sempre la mia vita e quella di mio marito. Il pediatra, insieme al mio ginecologo, entrambi primari dell’Ospedale X, ci convocano dopo due giorni dal parto. Nella stanza c’è un silenzio di tomba, quando sento che il pediatra cerca, in tutti i modi, di trovare le parole giuste per dire a due poveri genitori che non sapevano come poteva essere successo, ma che i loro poveri angeli erano nati con una circonferenza cranica sotto il normale percentile e che il loro futuro sarebbe stato incerto, visto che non si poteva avere una sfera di cristallo per vedere quali sarebbero stati i danni a livello cerebrale e motorio a cui le bimbe sarebbero andate incontro. Le nostre vite si sono fermate lì, e da quel giorno il nodo alla gola non è più andato via. Il mio ginecologo ascolta tutto questo, tenendo sempre la testa bassa e non avendo mai il coraggio di incrociare il mio sguardo. Dalla mia bocca non sono mai riuscite a uscire tutte le domande che avrebbero dovuto avere risposte precise sulla negligenza che si permettono di avere determinati dottori dopo che vengono pagati profumatamente dopo ogni visita di controllo nelle normali visite private. Con gli occhi pieni di lacrime, siamo usciti da quella stanza e non so per quanto tempo ho pianto, pensando al futuro che ci aspettava. Le difficoltà degli anni a venire sono state tante, partendo dal fatto che non sono per nulla autonome e, quindi, più che una mamma e un papà siamo molte volte badanti, siamo genitori a metà, con tanti sensi di colpa, anche se sappiamo che è solo il destino che si è accanito contro di noi per ben due volte. Le mie bambine ora sono tutto quello che ho. Anche le persone che prima ci erano vicine, piano piano si sono allontanate, per le tante difficoltà che hanno le nostre bambine con la socializzazione. E, quindi, quel senso di solitudine che mi ha accompagnato per un breve tempo della mia infanzia, è ritornato più forte e doloroso. Non ho mai creduto a quei genitori, con cui ho occasione di parlare, che hanno dei figli “speciali”, che dicono di essere contenti dei progressi, pur lenti e piccoli, dei propri figli, perché ogni genitore vorrebbe che i propri figli fossero i più buoni e intelligenti. In queste situazioni, secondo il mio parere, subentra solo la rassegnazione alla vita che ti aspetta, la consapevolezza di non poter più fare una vita normale, senza perdere mai la tua dignità. Ora, le mie bambine si apprestano a intraprendere le scuole elementari: è un passo che mi fa paura, ma è importante che tutto passi in modo sereno per loro. Quello che le mie bambine non dicono con le parole lo dicono con i loro occhi, e questo è il nostro canale speciale che abbiamo per comunicare e il nostro linguaggio segreto che nessuno sa e potrà mai capire. Spero che la mia storia, se pur tanto dolorosa, possa servire a tanti genitori per capire che bisogna vivere giorno per giorno senza fare troppi progetti per il futuro, e chissà che, dopo tanta sofferenza, un giorno arrivi il sereno.


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