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Diario di un dolore

Anna
Language: Italian
Country: Italy
Typology: patients and relatives
Text:
Da parte del caregiver: Il primo momento è quello dello smarrimento, dell’impotenza e ti sembra che il mondo ti stia per crollare addosso. In un istante rivedi mille immagini della tua vita e credi che tutto si stia fermando, un fermo immagine che dura solo un istante, perché poi ti rendi subito conto che tutto non può finire così e decidi, mentre la litania del medico ti spiega le cose che ti stanno succedendo e come affrontare il tuo caso, rendendolo unico ed esclusivo, che non è la prima volta che ti succede qualcosa che credi irreparabile e decidi, con il piglio di sempre, che anche quest’ostacolo sarà superato. E, dal quel momento, ti cresce dentro quella forza per affrontare l’incognita di quella subdola malattia, della quale ti poni mille domande tra le quali perché proprio a lei, quali sono le cause (per poi scoprire che non c’è ereditarietà, non eri un soggetto a rischio e tutto il resto). Nel mio caso, ho avuto la fortuna di avere accanto una donna la cui forza e determinazione mi sono stati utili per trovare, attraverso la razionalità di una mente lucida, quelle energie necessarie per affrontare quel lungo percorso fatto di sofferenze. Bisogna cercare di vivere la vita di tutti i giorni come sempre, con le stesse modalità per non far si che quella malattia s’insinui anche nello svolgersi quotidiano delle usuali attività; bisogna cercare di farsi scorrere almeno all’apparenza di dosso quel pensiero, quel tarlo che ti rode dentro senza far si che s’impadronisca della tua vita e dei tuoi pensieri. La voce di Anna: Mi chiamo Anna. Anna X e nel 2007 mi sono ammalata di Cancro al seno. Torno con la mente alla mia infanzia: volevo conquistare la luce e il tempo, l’immensità. Mi sentivo una farfalla, ma allora sognavo. In seguito ad uno screening mammografico di controllo, mi fu diagnosticato un cancro al seno (entrambi) aggressivo, infiltrante. Pensavo di essere debole, mi sono ritrovata con una forza tale che non sapevo di avere. Sono uscita. Un enorme peso sul cuore e la preoccupazione che dovevo comunicare tutto questo a Roberto, mio marito, e ai miei figli. E a mia sorella, come avrei potuto darle una notizia del genere? Quanto dolore stavo per generare nuovamente alle persone che più amavo? Mia madre. Donna di gran cuore e nel contempo nervosa, ansiosa e fragile, molto fragile. A mia madre, volutamente non ho detto nulla. Ho voluto proteggerla. Ha perso suo marito, mio padre, per un cancro al polmone. Come avrei potuto dirle che sua figlia si era ammalata di cancro? Ma tante volte, come figlia, avrei avuto bisogno di una sua parola di conforto, di forza e d’incoraggiamento. Perché i figli, in fondo, quando non stanno bene, cercano la mamma… Era Marzo. Uno stormo di rondini danzava nel cielo. Ho pensato a mio padre. Non era più primavera. Finisce così la vita, senza mai un avvertimento o un segnale d’allarme? Finisce quando siamo ancora giovani? I miei figli sono giovani, li vedrò diventare grandi? Riuscirò a vivere e partecipare ancora alla loro vita? Una madre non accetta la morte perché ha i propri figli a cui badare, un marito da continuare ad amare e un contesto familiare da proteggere. Sto pensando ai miei figli, Chiara, quindici anni, e Andrea, tredici anni. Non voglio preoccuparli, non devono sapere la gravità della malattia. Devo proteggerli. Voglio che continuino a essere sereni. Ho iniziato la lotta per la vita, anche se il mio corpo era ferito a causa della chemioterapia, dell’intervento e poi di nuovo della chemioterapia. Ho conosciuto le ombre, parentesi di vita sgradevoli. Le ombre, io, le ho combattute e continuo a combatterle. Annientano il tuo essere, ti piegano, ti vogliono portare via per sempre. Ogni cosa tende a scivolare lontano da te. Lotti ed io ho lottato. Ma è stata dura. Il male, ogni male va affrontato con coraggio e devi diventare più ostinato di lui, non devi arrenderti. Poi una scintilla, la Luce. Quella luce che ti accende, che ti riporta al senso della vita tornò, per ricordarmi che dovevo esistere non solo per me stessa, ma per tutti quelli che amavo, per tutti quelli cui potesse essere di esempio la mia voglia di vita e di vivere ancora. Volevo sentirmi ancora una farfalla, quella dei tempi lontani, ancora una volta libera. Cancro, non mi fai paura. Quando ti danno una notizia del genere, senti la necessità di mettere per iscritto alcune cose. Io ho cominciato a prendere appunti perché la mia testa, fin dal momento della diagnosi, si è affollata di una tempesta di pensieri e le emozioni (e, posso assicurarvi, sono state davvero tante) rischiavano di travolgermi. Così ho voluto mettere dei punti fermi per me stessa, per capire come dovevo comportarmi. I miei pensieri, le mie emozioni messe per iscritto mi hanno permesso, in qualche modo, di staccarmi dalla mia malattia e di vederla con maggiore consapevolezza. Per reagire agli eventi negativi, si ha sempre bisogno di ricostruire la propria storia. Mi ha anche aiutato il mio carattere: molto dolce, è vero, sensibile, passionale ma anche molto forte, deciso e determinato. Ho scoperto che tutta questa forza, determinazione e, aggiungendoci anche una grande dose di coraggio, mi sarebbe stata utile anche per reggere la botta della malattia. Perché questa malattia arriva come un evento che non ha un senso. Del resto, una donna non accetta un intervento di mastectomia perché ha una femminilità da rispettare, una sessualità da contemplare e una dignità da ostentare. La sofferenza mette in discussione la vita stessa e il suo significato. Genera una frattura esistenziale; vengono messi in discussione, cioè, tutti gli equilibri raggiunti e trova spazio l’incognita del futuro. Ecco perché mi è servito scrivere. Fin dal primo momento, ho deciso che avrei chiamato il male col suo nome: cancro al seno. E che l’avrei pronunciato guardando negli occhi i miei interlocutori. Cancro, una parola che fa paura ma, se eviti di pronunciarla, questo non riduce la gravità della malattia. Poi una scintilla, la Luce. Quella luce che ti accende, che ti riporta al senso della vita tornò, per ricordarmi che dovevo esistere non solo per me stessa, ma per tutti quelli che amavo, per tutti quelli cui potesse essere di esempio la mia voglia di vita e di vivere ancora. Volevo sentirmi ancora una farfalla, quella dei tempi lontani, ancora una volta libera. Stiamo iniziando a camminare su un terreno del tutto sconosciuto. Nessuno è mai preparato per un percorso come questo, né tantomeno chi gli è accanto, il marito, i figli, la famiglia, gli amici. Eppure abbiamo dovuto imparare qualcosa già nei primi minuti, nelle prime ore di quest’avventura: saranno fondamentali l’attitudine e le parole. Il modo in cui lui, mio marito, accetta la mia comunicazione, la mia calma, il mio essere forte, danno già il segnale su come dovrò comportarmi da qui in avanti. Risolutamente decisi che non avrei permesso alla malattia di trasformarmi, nemmeno per un giorno, in una madre e moglie triste, sconfitta, ripiegata su se stessa. Dovevo salvaguardare la serenità dei miei figli e di mio marito. “Ti prometto che marcerò, affronterò questa battaglia senza mai esitare per uscirne vittoriosa, combatterò con ogni energia per te e per i nostri figli” - gli dico - “E anche per te”, mi risponde lui. Certo. La nostra preoccupazione reciproca - e Dio sa quanto avrei voluto risparmiargli tutto questo dolore - è il fondamento del giuramento che stiamo pronunciando. Ci abbracciamo: il patto che abbiamo stretto tra di noi è ferreo. Pensieri, sensazioni, dubbi, paure. Sentimenti. La malattia sta diventando uno stadio abituale. Mi sento così ben calata nella mia realtà che non so davvero più fare ipotesi e programmi. E ritorna il concetto del tempo, come spazio vitale entro cui trascorrere i minuti, le ore, le giornate. Da quando sono entrata in questa nuova dimensione, ho continuato ad andare a lavorare, sempre, curando il mio aspetto; ben vestita, sempre truccata e con i capelli, ops, la parrucca, a posto. Devo anche dire che, dopo le terapie, non sono stata mai male, se non un po’ di nausea e spossatezza - quanti pensieri positivi ho rivolto al mio nettare (chemio) - e questa positività mi ha aiutata tantissimo. Il concetto del tempo posso usarlo a mio piacimento, essendo sempre cosciente di giocare con pezzetti della mia vita. Questa nuova dimensione a volte mi stupisce, mi adombra, mi rasserena, mi arricchisce, oppure mi fa ribellare e qualche volta per non urlare, piangere. Il pianto, la rabbia, la paura, sono tutti sentimenti che ho cercato di non esternare con i miei figli e mio marito; non potevo farlo perché sapevo che nessuno, tranne me, poteva dar loro la forza di andare avanti. Sono molto paziente con il mio corpo così provato, nei vari modi, bisognoso d’infinte piccole cure e accorgimenti davvero mai usati prima. Sento che sono degli investimenti sulla mia futura guarigione. Perché io ci credo. Mi avvicino alla finestra, alzo gli occhi al cielo, e sento un raggio di sole sul viso. Forse, tornare a vivere è possibile. Basta cambiare punto di vista, guardare verso l’alto e non verso il basso, ampliare la linea dell’orizzonte e sintonizzarsi con l’umanità, con le sue gioie e le sue sofferenze. Perché tutto ha un significato, un perché. Anche il dolore può aiutarci, farci capire i nostri errori, permetterci di raddrizzare il tiro. Mi hanno impiantato i seni al silicone, come un falso d’autore su una tela stinta, mi han detto: “Ora vada, s’accontenti dell’artificio, in fondo dovrebbe bastarle per fingersi intera”. Io andai, e tutti dissero: “Vede, non le è successo nulla di male, ha un bel vestito, una figura elegante e con un sorriso coerente si muove”. Io, con il lutto di me stessa nel cuore, camminai portando austera quel vestito nuovo, la mia figura “intera” e quel sorriso che assomigliava più a una smorfia. Andai per brividi lunghi e docili bendaggi, cicatrizzando la mia lunga ferita, come fosse la mia intera vita, andai arruolando dissonanze, sorvolando turbolenze: quanti divieti in sosta, in bilico sull’orlo inquieto della sorte… La mia identità tornava, in una veste di carta, e a mano a mano che la svolgevo e sfogliavo, in colate d’inchiostro, un progetto: la vita, vinceva sul bisturi affilato di una sentenza. L’impianto era ben riuscito, ma non si trattava dell’impianto al silicone, mi riferisco al trapianto di una speranza che si era incanalata sulla mia lunga cicatrice contorta, per intrappolare un “nonostante tutto”, forse un arcobaleno, che io stessa avevo acceso al cedere del cielo! Che fosse falso o vero, sacro o blasfemo, quell’arcobaleno non me lo chiesi mai, lo portai con me come una seconda pelle o come una stola calda sulle spalle. Il tempo era passato, e un po’ alla volta, inconsapevolmente, giorno dopo giorno, uscivo dal pozzo in cui ero caduta. Così in quel mattino simile a tanti altri, assieme al vento, colavano i miei pensieri, quando mi sorpresi a fare il primo passo verso l’entrata del negozio. Erano morbide, con le stringhe leggere, avvolgenti, confortevoli e di colore verde. Verde speranza. Uscendo, tenevo in mano quel piccolo tesoro e sapevo che in quel momento stringevo il simbolo del mio credere ancora nella vita. La contentezza che provavo, mentre mi avviavo verso casa, era per ciò che avevo conquistato, la prospettiva del futuro, la convinzione di poter ancora camminare sul sentiero della vita. Sorridevo con gli occhi velati e pensavo che, con quelle scarpette verdi fra le mani, avrei fatto ancora tanta e tanta strada per poter insegnare ai miei figli ad amare ancora di più la vita e a imparare ad ascoltare la voce del vento. Ci sono due modi di vivere la vita. Uno è di non credere ai miracoli. L’altro è di credere che ogni cosa che noi viviamo sia un miracolo.


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