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La mia storia

Anonima
Language: Italian
Country: Italy
Typology: patients and relatives
Text:
Ero convinta che il mio quarantesimo anno di vita sarebbe stato un anno speciale. Ho organizzato io i festeggiamenti per il mio compleanno e mi sono persino, dopo tanti anni, tagliata i capelli corti cambiando completamente look… ero raggiante! Dopo la grande festa, un giorno, toccandomi il seno, ho sentito un nodino anomalo; ho chiamato subito il medico e, quando mi ha visitata, mi ha rassicurata molto e mi ha prescritto alcuni esami, tra i quali la mammografia. Anche la dottoressa che l’ha eseguita ha constatato qualcosa di anomalo, e ha reputato opportuno farmi subito un’ecografia, inoltre mi ha consigliato di fare un ago aspirato, cosa che naturalmente ho fatto immediatamente. Mi ricordo ancora il giorno che ho chiamato il medico per saper l’esito: era il 29 novembre 2010 ed ero sola in casa, mio marito era a lavoro, mia figlia a scuola e mio figlio era appena uscito con i suoi amici; mi sono seduta sul letto e l’ho chiamato; ero convinta che mi dicesse che era tutto a posto, invece ho ricevuto come una “coltellata al cuore”, mi ricordo benissimo le sue parole: ”Signora, io già avevo dei sospetti che sono stati confermati con l’ago aspirato, lei ha un tumore maligno, dobbiamo intervenire immediatamente.”. La mia reazione? Impietrita, seduta sul letto senza riuscire a reagire, poi di colpo sono scoppiata a piangere e ho pensato subito che sarei morta. Pensavo solo alla sofferenza a cui sarei andata incontro e che, alla fine, non ce l’avrei fatta. “Tumore”, quella parola mi rimbombava nella mente: possibile che io avessi un tumore maligno? Non volevo crederci! Ma dovevo accettarlo: io ero una malata di cancro. In quell’istante, i miei pensieri si accavallavano come onde alte quando il mare è in tempesta; tanti anni fa è morta una mia zia malata della stessa malattia dopo un lungo calvario, mi ricordo come se fosse ieri… ho subito pensato ai miei figli e al dolore che avrebbero dovuto sopportare nel vedermi in quelle condizioni. Ho avuto veramente paura, paura di quello che il destino mi stava riservando. Il non sapere a quale sofferenza andavo incontro m’impanicava. E poi come dirlo ai miei cari? Sarebbe stata una “doccia fredda”; non mi sono preparata nessun discorso. L’ho detto di getto, cercando di aggrapparmi a loro che mi sono stati veramente vicino e ho cercato di reagire. Sono stata operata l’11 dicembre 2010, l’intervento è andato bene e anche la convalescenza. Poi, nell’anno nuovo, ho dovuto iniziare a pensare che avrei dovuto affrontare quello che fanno tutti coloro che hanno questa malattia: le chemioterapie. Avevo una paura matta! Avrei dovuto fare sei cicli di chemio, una ogni ventun giorni; sapevo che sarei stata molto male nei tre giorni successivi la terapia, e che dopo il secondo ciclo avrei perso tutti i capelli. Prima che accadesse tutto ciò la mia parrucchiera, nonché mia cara amica, mi ha fatto un bel taglio corto e, il giorno che ho iniziato a perderli, mi ha chiusa nel suo negozio e, con le lacrime agli occhi, mi ha rasata a zero. Sono stati dei giorni terribili, l’effetto della chemio è indescrivibile, mi son sentita veramente male, anche se, sinceramente, sono stata molto fortunata poiché, quando mi confrontavo con altre persone malate, ce n’erano alcune che stavano molto peggio di me. Nonostante ciò, ogni volta che mi guardavo allo specchio senza parrucca, mi sentivo frustrata, è stato veramente angosciante. In quei momenti, mi sentivo uno schifo! Per niente femminile, solo una donna che faceva pena… Ma è dopo il quarto ciclo di chemio che iniziò il mio calvario: ho avuto una forte reazione allergica alla medicina e, come se non bastasse, ho contratto la salmonella, una brutta infezione penetrata nelle ossa del bacino; avevo sempre febbre e non riuscivo più a camminare. La sera che mi sono sentita male, ho pensato seriamente di morire, in realtà l’hanno pensato tutti, anche i medici del 118 che mi hanno soccorso. Mi hanno portato al Pronto Soccorso di Chivasso e mi hanno fatto e dato di tutto durante la notte e parte del giorno successivo per calmare il dolore, ma niente. I medici non sapevano più che farmi, così mio marito, dopo aver chiamato un’ambulanza, ha firmato per farmi uscire. Così sono stata trasferita nel reparto di oncologia medica dell’ospedale San Luigi di Orbassano, dove operano gli oncologi che mi assistevano. Mi hanno fatto ogni giorno esami su esami, ma la febbre non accennava ad andare via e, ogni volta che dovevo fare qualche passo, mi dovevo sorreggere al bastone della flebo, pensavo di essere impotente e incompatibile con la vita… I medici del reparto hanno preso a cuore il mio caso, anche perché era molto raro. Ogni volta che entravano in stanza, cercavo di scorgere dai loro volti un segno positivo, continuavo a fissarli nella speranza che mi dessero buone notizie, ma continuavano a guardarsi tra loro, a bisbigliare senza farmi trapelare nulla, poi venivano vicino a me, e continuavano a dirmi sempre le stesse cose, e cioè che stavano facendo il possibile, di non preoccuparmi, e che, non avendo avuto nessun paziente con questa patologia, non sapevano bene come muoversi e chiedevano continuamente consulti di altri specialisti; c’erano alcuni giorni che sembrava che stessi meglio, poi improvvisamente peggioravo, mi ritornava la febbre alta ed io mi demoralizzavo sempre più. Non facevo altro che piangere e pensavo che non sarei più uscita viva da quell’ospedale. Dopo trenta interminabili giorni, senza ottenere nessun risultato, l’infettivologo ha deciso di trasferirmi nell’ospedale nel quale era primario del reparto di malattie infettive, ad Asti. Lì è stato ancora peggio! Ero isolata in una stanza, lontano dai miei cari, che dovevano fare chilometri per venirmi a trovare, per darmi un po’ di conforto. Il problema era quando se ne andavano e quella porta si chiudeva… Rimanevo in quelle quattro mura da sola a piangere e a soffrire. Pensavo ai miei figli che, abituati alla mia presenza assidua, di colpo si sono dovuti rimboccare di continuo, quando ero sdraiata su quel “maledetto letto”, mi mancava la quotidianità. Volevo con tutta me stessa essere a casa con loro, perfino per sentirli litigare!! Durante la mia degenza, i medici avevano pareri contrastanti: alcuni, analizzando gli innumerevoli esami a cui sono stata sottoposta, pensavano che fosse una brutta infezione che aveva colpito gran parte delle ossa del bacino e delle costole e che sarebbe passato con lunghe cure e tanta pazienza; altri, invece, erano convinti che le macchie che rilevavano le varie risonanze e PET fossero delle metastasi del tumore al seno che mi stavano mangiando le ossa. Potete capire il mio stato d’animo! Non sapevo chi avesse ragione, cercavo di sostenere sempre la prima ipotesi. Mi aggrappavo alla speranza… pensavo: “Perché sta capitando tutto questo a me?”; tutti i miei progetti stavano svanendo e la paura di morire prendeva il sopravvento… Dopo un mese di cure, finalmente mi hanno dimessa, e, con l’assistenza domiciliare, dovevo continuare a fare le terapie a casa. Quando sono tornata, ero contentissima, al settimo cielo! Finalmente, potevo stare con la mia famiglia, che per due lunghi mesi mi sembrava di aver abbandonato… pensavo che, dopo un po’ di giorni, mi sarei sentita meglio, ma così non è stato. Sebbene continuassi a fare le cure, non sentivo nessun miglioramento; tuttavia, i medici mi dicevano che era normale, che sarebbe dovuto passare un bel po’ di tempo per poter stare meglio, e così iniziò la mia depressione. Tutti mi stavano vicino, cercando di capirmi, e non sopportavo l’idea che dovessi dipendere da qualcuno per qualsiasi cosa: per lavarmi, per vestirmi, per uscire. Inoltre, non potevo neanche tornare a lavoro. Un giorno, mi è venuto un attacco di panico indescrivibile, tanto da farmi mancare il fiato; quel giorno ho fatto i più brutti pensieri, allora ho deciso di chiedere aiuto a una psicologa. Ho trascorso un’estate terribile. Per fare rilassare un po’ i miei figli e per non farli assistere ancora alla mia sofferenza, ho deciso di mandarli a trascorrere le vacanze estive dalla nonna, sebbene mi mancassero da morire. Intanto i medici, considerato che il dolore iniziava a diminuire e che era troppo tempo che assumevo la morfina, hanno iniziato a diminuire la dose, fino a eliminarla completamente. Non è stato così semplice! Ho avuto molte crisi di astinenza: mi mancava il fiato, mi venivano vampate di calore improvvise e non connettevo più. Ad ogni modo, con l’aiuto della psicologa, dei medici e dei miei cari, sono riuscita a superare questo momento catartico e doloroso. Ora sto meglio! Ho finito le terapie domiciliari e il dolore è sottocontrollo. Con l’inizio di questo nuovo anno, spero di lasciarmi alle spalle questa brutta esperienza, che mi ha fatto comprendere che bisognerebbe godere delle piccole gioie della vita, in quanto, quando queste vengono a mancare, ci si accorge di quanto siano indispensabili: dal camminare con le proprie gambe, al poter svolgere qualsiasi attività, sebbene possa apparirci noiosa, come fare le pulizie! E, soprattutto, fidarci ciecamente della medicina, la quale, con i progressi che ha fatto e sta facendo, ha salvato tante vite, compresa la mia. Colgo l’occasione per ringraziare la dott.ssa X dell’assistenza domiciliare, che mi ha aiutata a farmi uscire dall’ospedale, facendomi entrare subito nel servizio ADI, e l’infermiera Angela, che mi ha aiutata tantissimo quando ero a casa ed è stata molto disponibile, ogni volta che la chiamavo; in particolare, voglio ringraziare la mia famiglia e i miei amici più cari, che hanno sopportato tutte le crisi! So che anche loro si sono spaventati e hanno sofferto tanto, ma davanti a me hanno sempre cercato di nascondere le loro paure e, anche se allora rifiutavo il loro atteggiamento, in quanto pensavo che sottovalutassero i miei stati d’animo, ora, a mente lucida, capisco che l’hanno fatto solo per il mio bene! Per spronarmi a reagire! Per non abbattermi di più di quanto lo fossi già e, anche con il loro aiuto, sono riuscita finalmente a riprendere la mia vita in mano. Ora non sono più la Cristina di prima, come predetto, ho una visione del bene-vita differente. Apprezzo cose che prima non apprezzavo; gesti semplici, un sorriso, un caffè con un’amica, andare al lavoro, e tutte quelle azioni quotidiane che, probabilmente, chi è come me prima non apprezza; poiché solo quando la vita decide di togliere, fa comprendere il valore sostanziale di ciò che prima sembrava una “noiosa routine”… Ora quella “noiosa routine” io la definisco VITA.


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