Lifelong Learning Programme

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Infermieri speciali

Sabrina
Language: Italian
Country: Italy
Typology: patients and relatives
Text:
Era il 2009 quando andai con mio padre e mio fratello a ritirare il referto in ospedale: precarcinosi. Fu un trauma enorme che ho dovuto vivere da sola, senza poterlo condividere con nessuno. Mio padre mi chiese: allora, tutto a posto? Posso leggere il referto? Sai, tanto non ci capisco nulla. In quel momento, ricordo che fui sollevata dalla sua affermazione e gli consegnai il referto. Mio fratello accompagnò mio padre a casa, sereno perché non era stato né ricoverato né sottoposto ad alcuna visita. In cuor mio, la rabbia e lo spavento per ciò che sarebbe successo aumentarono in modo esponenziale, di minuto in minuto. In queste situazioni, conoscere la materia non aiuta, anzi. Ho vissuto questi momenti con grande angoscia e tristezza, ma con una grande certezza: siamo nelle mani dei medici migliori. Iniziò il periodo più tormentato per mio padre e per tutta la mia famiglia: l’intervento chirurgico, l’aggravamento della malattia con una prima metastasi a livello della colonna vertebrale, il dolore atroce e logorante, la terapia antalgica, la radioterapia, la chemioterapia… Durante la chemioterapia, mio padre seguiva con un particolare rispetto il suo infermiere preferito: Davide. Davide è stato per lui colui che gli dava i tempi, che gli diceva in anticipo a che ora sarebbe andato via, quello che non gli faceva tanto male, quello che gli dava più sicurezza e serenità. In questo periodo, accadde solo una cosa che mio padre visse in modo molto felice e sereno: la nascita del suo unico nipote. Da anni, continuava a dirmi “Ma Sabrina, quando mi farai diventare nonno, quando mi farai spingere una carrozzina…”. Vittorio gli diede una carica vitale importante: con mia madre, l’hanno seguito, coccolato, accompagnato nei primi momenti d’interazione con il mondo esterno, trasmettendo amore e serenità. Nonostante tutto. L’immagine di Vittorio l’ha accompagnato in tutte le sue fasi della malattia. Portava con sé, nel suo portafoglio, una piccola foto di Vittorio messa accanto alla mia. Ed io ero fiera e orgogliosa. Ricordo l’ultima volta che ho visto mio padre seduto sul divano: prima di partire per le vacanze estive del 2011. Era il 29 luglio e lui disse: “Vittorio, mi dispiace ma non riuscirò a portarti in giro per la città sulle mie spalle… Sono veramente dispiaciuto… ma non ce la faccio!”. E queste parole risuonarono dentro il mio cervello e il mio cuore come una rinuncia, come un desiderio di chiudere così la sua vita… Dopo solo una settimana, mia madre mi chiamò dicendomi che mio padre si era aggravato. Aveva tanto dolore e non riuscivano più neanche ad alzarlo dal letto. Accompagnato in ospedale, fu immediatamente ricoverato… lui se lo sentiva… lui stesso affermò: “Se mi portate in ospedale, non esco più”. Oggi mio padre non c’è più. È morto il 30 agosto 2011 alle 5.15 del mattino. Eravamo vicini. Gli stringevo la mano. Al medico avevo implorato di non farlo soffrire con inutili tentativi di rianimazione. Mentre sentivo gli ultimi respiri, continuavo ad accarezzarlo e a ripetergli che non doveva preoccuparsi per noi, che Roberto avrebbe aiutato mamma e che Vittorio sarebbe rimasto vicino a lei. Mi dispiaceva che mio padre non potesse veder crescere proprio il suo unico nipotino. Sentivo le mie lacrime scendere… e vedevo la sua lacrima scendere dall’occhio sinistro… È passato dal sonno alla morte nel giro di pochissimi minuti. Aveva smesso di soffrire. Francesco, l’infermiere dell’Area critica, mi accompagnò fuori dalla stanza e mi offrì una cioccolata calda. È un collega di lavoro ma, per l’umanità e la capacità di accogliere l’altro, è per me diventato il mio collega: il punto di riferimento concreto, un esempio e un modello da seguire. Grazie, Francesco! Mi manca tanto. Sono le uniche parole che riesco a scrivere.


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