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Il reparto dell’amore

Anonimo
Language: Italian
Country: Italy
Typology: patients and relatives
Text:
Il 27 maggio 2011 è una data che ricorderò per quanto mi sarà concesso di vivere. Quel giorno mi recai al pronto soccorso più per lo scrupolo del “non si sa mai” che per una reale congettura infausta, a causa di una banale serie di crampi al ventre che avevo diagnosticato come una colica, immaginando di perdere solo un po’ di tempo in sala d’aspetto. Invece, fui ben presto catapultato in un vortice che andò a intensificarsi esponenzialmente, tra bollettini medici, esami più o meno invasivi e nuove forme di dolore mai accusate che si susseguivano freneticamente, mentre lo sguardo del personale ospedaliero tradiva le parole di conforto, lasciando trasparire la gravità di ciò che stava accadendo. Nell’arco di una quindicina di giorni, mi ritrovai ad aver subito due interventi, un coma farmacologico di alcuni giorni e la resezione della quasi totalità dell’intestino. È stato maledettamente difficile accettare la nuova condizione, soprattutto in ospedale, avendovi trascorso più di quattro mesi. Prima di questo evento (scusate l’eufemismo, non ho ancora deciso come chiamarlo), ero un imprenditore: gestivo l’azienda, controllavo bilanci, facevo riunioni con consulenti, commercialisti, legali… dodici o quattordici ore al giorno, ultime ferie fatte sei anni prima, ultimo giorno di mutua nel lontano 1990. Poi, ecco che mi risveglio in un letto, con un’ileostomia da gestire che proprio non ne vuole sapere di riversare nel sacchetto preposto i fluidi che ne escono, sporcandomi più volte al giorno, mentre l’alimentazione è garantita via CVC dalla soluzione di aminoacidi e glucosio in emulsione lipidica, a supporto del cibo che viene espulso quasi con la stessa conformazione di quando è stato ingerito, accrescendo il ragionevole, mentre è totalmente assente per i liquidi. Nel primo periodo, rigettai ogni mio vecchio interesse, ma non aveva nulla a che fare con stati depressivi, anzi, mi consideravo fortunato per essere ancora vivo; semplicemente, avevo deciso che era la vita che conducevo, con stress ai limiti dell’umana sopportazione, ad avermi condotto fino alle soglie del baratro. Ci misi più di un mese per riallacciare la mia mente agli interessi di sempre, dalla lettura allo scrivere, tutto questo grazie ad internet, che mi ha concesso un po’ di compagnia nelle lunghe notti di ospedale, durante le quali si alternavano cicli di sonno di pochi minuti e bruschi risvegli per controllare il sacchetto nell’intento di limitare i danni… La voglia di normalità iniziò a fare capolino nella mia vita quando mi chiusero la stomia. Immaginavo così di avere un’autonomia maggiore, che invece non arrivò, in quanto il tratto di colon ricollegato si rifiutò di rinizare ad assimilare i liquidi. Questo mi riconduce allo stato attuale, con sedici ore al giorno di flebo e l’impossibilità di muovermi da casa senza affrontare periodi di almeno ventiquattro ore di digiuno, per evitare di aver bisogno del bagno mentre sono in auto. Purtroppo, questo va in controtendenza con la richiesta dei dietisti di nutrirmi regolarmente, data la scarsa assimilazione. Dal lavoro ho dovuto ritirarmi, non ce l’avrei fatta a riprendere, se non con altri ritmi che non avrebbero garantito la continuità di cui ha bisogno ogni azienda. Le giornate ora trascorrono quasi al rallentatore, impiegandomi in alcune faccende domestiche a cui riesco a ottemperare per sgravarle alla mia convivente, che ha dovuto cercarsi un lavoro, data la mia impossibilità attuale di partecipare alle spese per vivere. Il sentimento che maggiormente si fa strada è il senso d’inutilità: quando mi sento in forza, vorrei uscire e tornare in azienda, poi guardo poco più in là del mio braccio e vedo l’asta della flebo che mi riporta alla realtà… leggere, scrivere e utilizzare il computer sono piaceri che posso ancora soddisfare, ma non è come prima: non c’è il lavoro come dovere che rende legittimo lo svolgere le attività ricreative, il che mi porta la strana sensazione di commettere qualcosa di eticamente sbagliato, di non confacente con l’idea occidentale di produttività. Da tutto questo può risultare un quadro solo negativo, ma non è così, o almeno non è solo così. La malattia mi è stata matrigna ma anche madre: ho imparato valori che prima non mi appartenevano e che solo gli infermieri, dato il contatto protratto nel tempo col paziente, possono intuire. Forse l’esempio più lampante è la dignità, a cui curiosamente ho modificato il senso. Per me, all’inizio, la perdita di questa qualità era un qualcosa di ovvio: si è su un letto, semivestiti con una stomia a vista e in balia di ogni tipo di esame che il medico ritiene possa aiutare per trovare una soluzione, mentre si ha bisogno degli infermieri sia per urinare che per svuotare il sacchetto che contiene le feci. Superato questo scoglio, ci si rende conto che la nostra mente esiste grazie al corpo umano che la avvolge: il quale, come una sinfonia, armonizza un tale insieme di strumenti diversi tra loro tanto da renderci più probabile un cattivo funzionamento che non il contrario; le persone sane, in grado di pensare, sono in grado di potersi nutrire, dissetarsi, respirare ed espellere ciò che si è introdotto. Allora, la dignità assume un altro significato, su un piano talmente elevato che non può essere distinto dalla sofferenza e difficilmente è esprimibile a parole. Questa considerazione è nata una notte in cui, al solito, i miei amici mi tenevano compagnia tramite la chat di Facebook. Per far capire cosa provavo, avevo postato una canzone di Gaber, il cui tema è la degenza ospedaliera: Sono le innocenti stonature di un salotto sono i piccoli fastidi, i gesti un po’ meschini che fanno l’uomo veramente brutto. Ma in ospedale dove la perdita è totale dove lo schifo che devi superare è quello di aiutare un uomo a vomitare. Dove non c’è più nessuna inibizione dal vomito al sudore, alla defecazione e allora salti il piano se lo sai saltare e entri in un altro reparto dell’amore. Mi fu fatto notare, proprio per la difficoltà di intuire questo stato d’animo se non si è in un letto di ospedale, che l’amore di cui tratta la canzone è attorno a me e dato dai miei amici che mi sono stati vicino e che, grazie a questo, avrei potuto essere più sereno ad affrontare con i compagni di stanza le difficoltà elencate nella canzone. Ma la dimensione dell’amore di cui parla Gaber è ben altra cosa. È portare pazienza e continuare a parlare con i vicini che urlano perché hanno l’Alzheimer, finché riesci a calmarli; è insegnare a una persona che non conosci qualche espediente per riuscire a usare la “padella” mentre si è sdraiati e in stanza con altri degenti; è sorridere quando qualche amico ha ancora il coraggio di dirti che mai sopporterebbe cento giorni di ospedale, senza ricordandogli di star parlando con chi invece stava vivendo questa situazione. È dividere con i vicini di letto ciò che si ha, che si tratti di una rivista o un biscotto o anche solo un pacco di salviette: in ospedale, immobili su un letto, tutto assume un’importanza che difficilmente si può intuire; è aiutare l’ultimo arrivato spiegando il più possibile ciò che accade in giornata, tanto per farlo ambientare e sentire meno spaesato in un momento già poco felice; è riuscire a bere dal bicchiere che si lascia a fianco del pappagallo colmo di urina e sorridere degli sguardi indignati delle persone in visita ai vicini, sì, sorridere, perché, fino a due mesi prima, quello sguardo poteva essere il mio! È scoprire che gli angeli esistono. Sono i volontari dell’AVO che aiutano le persone sole a mangiare. Ci sono anziani che, per dignità, preferiscono dire che non hanno fame piuttosto che ammettere di essere abbandonati dai parenti. Tutti insieme li si aiuta… tante volte, non vengono lasciati loro nemmeno i cinquanta centesimi per la bottiglietta d’acqua; è l’attendere il sabato, quando nei reparti passano i “giullari di Dio”, volontari vestiti da clown, che hanno lo scopo di portare un po’ di buonumore nelle corsie degli ospedali. Alcuni hanno obiettato che si tratta comunque di “propaganda”, dato che sono un’associazione ecclesiastica, ma personalmente sarei orgoglioso se per movimenti religiosi s’intendessero attività come questa, con ragazzi che dedicano il loro tempo per aiutare gli altri. In fin dei conti, il vero scopo di una religione non dovrebbe essere questo? E questi volontari mi fanno pensare ai social network, in cui ci si sente impegnati nel sociale perché si condivide un link a sostegno di persone affette da una malattia. A oggi, che non ho più voglia di mediare, commento che, se ciò fa star meglio chi l’ha postato, vuol dire che non è migliore di chi ha creato la pagina, soprattutto quando si gioca su malattie infantili, che strappano alla vita i bambini. Torniamo alla discussione. Quest’amore è anche imparare ad apprezzare il medico che, dopo sedici ore di lavoro continuato, passa a vedere come stai prima di andare a casa a riposare; è leggere la disperazione negli occhi dei vicini che scoprono di avere un tumore (questo ridimensiona il 99% dei problemi); è il vicino che viene trasferito in un altro ospedale per un intervento di otto ore, ma raccomanda alla moglie di passare da noi per dirci come sta andando. Sono le promesse fatte ai compagni stanza di ritrovarci dopo la degenza per una pizza, anche se poi sarà anche solo per una minestra. Ma chi se ne frega! Se ci s’incontrerà, sarà perché siamo vivi, festeggiando così la vittoria sulla partita della vita. È saper lasciare andare la disperazione imparando a piangere davanti a tutti, senza vergogna e senza nemmeno pensare che questo possa essere giudicato, è troppo personale. Sono i pazienti affetti da malattie da cui non si guarisce che ti fanno vergognare delle tue lamentele: come potete immaginare, è diverso soffrire per guarire. È apprezzare le visite e rammaricarsi quando si accavallano e così magari si resta soli il giorno dopo: qui poter avere una piccola porzione della vita che si aveva prima non ha prezzo; è chiacchierare con il don dell’ospedale, che ha ben in mente che, se siamo qui, è perché crediamo nell’operato dell’uomo: come ho avuto modo di dire in precedenza, i veri angeli conosciuti in ospedale sono persone che dedicano il loro tempo libero ad aiutare i malati, mentre il vero miracolo sono le equipe di medici e infermieri che continuano a operare quando ormai sono in sala da un numero di ore tale da non credere. E, soprattutto, è imparare che la notte in ospedale non è fatta solo per dormire, ma anche per riuscire a mettere per scritto pensieri come questi, cercando di trasmettere ciò che di positivo ci ha fatto scoprire la malattia. Ora la vita continua, con le limitazioni esposte, che non mi permettono di allontanarmi da casa, se non per poche ore, precludendomi la possibilità di visitare una fiera un po’ distante o un museo di un’altra città, però, ora, quando esco, ho imparato ad apprezzare il profumo dell’erba appena tagliata e la sensazione piacevole dell’aria sul viso che arriva dal finestrino aperto, facendo comunque di me una persona viva…


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