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Interdisciplinarietà: utopia o percorso possibile?

Anonimo
Language: Italian
Country: Italy
Typology: health care professionals
Text:
Arduo scegliere tra i tanti momenti di vita professionale il più significativo per me. Non intendo dire con ciò che tutti siano stati ugualmente importanti, anzi… Ogni volta che accosto un nuovo paziente, è vero, sono profondamente grata per l’opportunità che mi viene offerta: incontrare non solo il caso clinico, ma la storia umana di quella specifica persona. Questo mi salva quotidianamente dal rischio di disamorarmi di un lavoro che non è mai sterile, né ripetitivo, quando a contatto con i pazienti, perché la gratificazione la si può scorgere continuamente nelle loro azioni, nelle loro parole riconoscenti. Tale riscontro positivo, è sconfortante constatarlo, non emerge invece in altri momenti e situazioni lavorative di natura istituzionale. Diventa pertanto impellente l’esigenza di dialogare, e magari formarsi, in contesti anche esterni al mondo sanitario, per poter, come operatore e come persona, superare e procedere nonostante le condizioni frustranti dell’operatività quotidiana. Per render meglio l’idea racconterò due esperienze particolarmente rilevanti per me, in quanto indicative dei motivi ispiratori, o meglio dei valori sottesi al mio agire professionale. La prima sottolinea l’importanza del lavoro in rete, anche per pazienti adulti, in un’ottica interistituzionale. La seconda si riferisce alle opportunità offerte dalla medicina narrativa, che può essere applicata con successo anche in ambito riabilitativo. Dopo i miei primi quindici anni di lavoro svolto esclusivamente con i bambini, ho successivamente cominciato a trattare anche soggetti in età adulta e senile e, da circa quindici anni, ho scelto di occuparmi solo di loro. Circoscrivere il mio campo d'azione è stato positivo in quanto, pur non essendo il lavoro diminuito, ora sento di essere più utile, data la totale assenza di strutture educative rivolte a chi è divenuto disabile improvvisamente. La disparità esistente tra le possibilità educative, rieducative e/o ricreative offerte ai disabili in età evolutiva e quelle offerte ai disabili adulti, mi appare, infatti, profondamente ingiusta. Siamo una popolazione che invecchia, destinata a incrementare il numero dei malati cronici, bisognosi di cure continuative, e non s’investe minimamente sui servizi dedicati a questi soggetti. Si assiste piuttosto alla tendenza contraria, vale a dire al taglio delle prestazioni e dei servizi (vedasi L.E.A., Livelli Essenziali di Assistenza). L’intolleranza nei confronti di questa sperequazione mi ha spinta a cercare soluzioni alternative per i pazienti che seguo. Indubbiamente aver lavorato per tanti anni con i bambini mi ha insegnato quanto sia utile il confronto con altre figure professionali e/o con operatori di altre istituzioni del territorio. Anche con gli adulti, ovviamente, sarebbe opportuno utilizzare lo stesso modello operativo. Accade, però, che gli psicologi o psichiatri si occupino quasi esclusivamente delle emergenze e gli operatori sociali siano latitanti. Numerosi sono stati i miei tentativi di sensibilizzazione all’interno dell’ambito sanitario e in funzione di pazienti di volta in volta diversi, ma tutti quanti accomunati dalla stessa problematica: essere divenuti disabili di colpo, a causa di un evento morboso di natura vascolare, neurologica, tumorale e/o traumatica. Evento che ti può sconvolgere la vita dall’oggi al domani, a qualsiasi età, anche non avanzata. Ho cercato supporto, appoggio, discussione interdisciplinare: ho trovato vuoto, silenzio e isolamento e per certi versi vissuto e sperimentato all’interno del contesto sanitario le stesse condizioni d’isolamento e d’impotenza che quotidianamente vivono i pazienti che seguo. Ho trovato finalmente comprensione e collaborazione non in contesto sanitario, ma all’interno dei servizi culturali. Devo a Eugenio X, ex direttore della Biblioteca del Comune di Settimo Torinese, un rilevante appoggio. È stato il solo a non mostrare indifferenza, né sospetto, e ha immediatamente capito ciò di cui avevo bisogno per i miei pazienti, mettendomi a disposizione locali, strutture e operatori. Di questo gli sarò per sempre grata. Grazie al suo appoggio, sono riuscita a realizzare la mia prima esperienza d’integrazione tra enti diversi (Sanità e Comune). Dal 1999, infatti, collaboro con gli Operatori della Biblioteca Multimediale del Comune di Settimo Torinese per l'utilizzo delle nuove tecnologie di comunicazione e informazione, con pazienti afasici e disartrici. L'esigenza di rendere possibile ai disabili comunicativi l'accesso alle fonti d’informazione, riabilitando in modo "ecologico" funzioni cognitive compromesse, mi ha fornito l'opportunità di ideare e attuare, dal gennaio 2002, il Progetto Edicol@bile. Tale progetto è risultato tra i migliori presentati in Italia alla sesta edizione del Premio Andrea Alesini per le buone pratiche in Sanità 2002 (premio alla Sanità che funziona, istituito dal Tribunale per i diritti del malato nel 1997 – Roma, 14 febbraio 2003). Fu contattata la Direzione Generale dell'Azienda Sanitaria presso cui lavoro, per invitare i titolari del Progetto alla premiazione, che si sarebbe svolta a Roma nei giorni seguenti. Ai vertici aziendali occorsero alcuni giorni per ricostruire il tutto e risalire all'autrice di Edicol@bile. Poiché i tempi erano strettissimi e Edicol@bile era sì tra i primi venti progetti classificati, ma non era il primo, decisero di non inviare nessuna rappresentanza a Roma. Nella ristrettezza dei tempi, elaborai un poster dell'esperienza da trasmettere all’ente organizzatore dell’evento, coadiuvata dal punto di vista tecnico, non dall'ufficio stampa dell'Asl, ma dagli operatori della Biblioteca Multimediale. Ancora una volta, il sostegno e l’adesione totale sono giunti dagli operatori appartenenti a enti diversi e dai pazienti. Per dar seguito al cammino intrapreso, decido di accostarmi nel 2006 a percorsi formativi in ambito interculturale sul tema dell’autobiografia. Da ciò scaturisce l’interesse a inserire nella pratica riabilitativa classica tale metodologia. Sul finire dell’anno 2006, all’interno del Servizio di Medicina Fisica e Riabilitazione dell’Azienda Sanitaria Locale TO 4, presso cui lavoro in qualità di logopedista, introduco con pazienti selezionati alcuni momenti di narrazione autobiografica. La sperimentazione è nata con l’obiettivo di dimostrare che le pratiche autobiografiche possono essere utilizzate anche con pazienti che, per cause vascolari, tumorali o traumatiche, abbiano subìto un danno cerebrale tale da compromettere, in tutto o in parte, il linguaggio verbale. Tale patologia comunicativa, conosciuta con il termine di afasia, segna irrimediabilmente chi ne è affetto. L’afasico diventa così un narratore doppiamente ferito. Ferito nel corpo da una patologia organica, è ferito anche nel linguaggio, privato di voce e della sua identità più intima. Chi ha il compito di rieducare le persone con disabilità comunicative non può ignorare l’universale e antica esigenza di narrarsi, che appartiene a ogni essere umano. Tale consapevolezza deve spingere il logopedista a legittimare e favorire la narrazione dei pazienti, non soltanto per migliorarne le performance linguistiche, ma per aiutarli a dare un senso a ciò che è accaduto e a trovare coesione e continuità tra la vita pre e post evento morboso. Il metodo autobiografico sembra essere particolarmente adatto allo scopo. Esso consente, infatti, di ristabilire i contatti con l’afasico come persona, nonostante il suo linguaggio sfilacciato, denso di parole incastrate, soffocate e consunte, restituendogli la gioia perduta dello scambio. Raccontare senza voce, partendo cioè da una condizione svantaggiata come quella dell’afasia, è divenuto pertanto possibile. Il cammino percorso rivela i risultati raggiunti, non soltanto da parte dei singoli pazienti coinvolti, ma anche i potenziali benefici per gli operatori che desiderino cimentarsi con metodologie di tipo biografico.


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